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Influenza australiana 2025: sintomi, durata e cure efficaci

L’influenza australiana ha costituito, nell’inverno appena trascorso, un problema sanitario degno di nota. Tra le altre cose, la patologia è subentrata poco dopo l’esperienza pandemica, destando dubbi e preoccupazione tra i non addetti ai lavori.

Nei prossimi paragrafi ne descriveremo le caratteristiche salienti, analizzando alcuni punti di comparazione con il virus responsabile della pandemia di COVID-19: il SARS-CoV-2.

Cos’è l’influenza australiana 2025 e perché se ne parla anche in Italia

L’influenza australiana 2025 è un’infezione respiratoria sostenuta dal virus influenzale A-H3N2. Tale appellativo, curiosamente “geografico”, deriva dall’epidemia stagionale cheha interessato lo scorso inverno australe. Nei mesi a venire, il virus si è affermato anche in Italia, contestualmente alla nostra stagione fredda. La sorveglianza epidemiologica nazionale, nello specifico, ha classificato il virus A-H3N2 come sottotipo prevalente tra i virus influenzali circolanti.

Sintomi dell’influenza australiana: come riconoscerla

I sintomi dell’influenza australiana dipendono dall’azione specifica dell’agente causale. Vediamo, dunque, le peculiarità del virus e suoi i effetti tangibili sull’organismo umano.

Agente causale: cosa cambia tra influenza e SARS-CoV-2

Il virus dell’influenza australiana appartiene, come tutti gli altri virus influenzali, alla famiglia degli Orthomyxoviridae. In linea generale, i virus non sono classificabili come organismi viventi propriamente detti, poiché privi di una struttura cellulare. Ad ogni modo, essi presentano del materiale genetico, ovvero il genoma virale, replicabile all’interno dell’organismo ospite. Nell’agente in questione, il genoma si compone di RNA, così come evidenziabile anche per il virus SARS-CoV-2. Tuttavia, quest’ultimo differisce dal primo per altre caratteristiche non trascurabili, rientrando nella famiglia dei Coronaviridae (da qui il termine, più familiare al pubblico, di “Coronavirus”).

Classificato da tempo tra i patogeni che infettano l’uomo, il virus dell’influenza australiana può causare delle epidemie stagionali, come quella dell’anno corrente. Nel complesso, i virus dell’influenza stagionale vengono gestiti con delle campagne vaccinali soggette ad aggiornamento periodico. Il SARS-CoV-2, d’altro canto, ha rappresentato un patogeno “nuovo” per l’organismo umano, e dunque in grado, come accaduto in seguito alla sua comparsa, di provocare una pandemia. Ad ogni modo, oggi sono disponibili vaccini mirati anche per la gestione del COVID-19.

Modalità di trasmissione e sintomi specifici

Colpendo le vie respiratorie, il virus dell’influenza australiana si diffonde da un organismo all’altro per via aerea, trasportato all’interno di piccole gocce salivari. Queste partono dal soggetto infetto con starnuti, colpi di tosse e conversazioni ravvicinate, infettando le persone vicine e propagando l’infezione. Una via ulteriore di contatto col virus si identifica con le superfici contaminate, di certo frequenti nei luoghi poco soggetti a sanificazione.

I sintomi dell’influenza australiana includono febbre alta, mal di gola e congestione nasale, così come tosse persistente, spossatezza intensa e dolori muscolo-scheletrici. Il patogeno in questione è noto anche per le sue ripercussioni potenziali, seppur rare,sul sistema nervoso centrale. L’encefalite, a tal proposito, si colloca tra le conseguenze più temibili.

Durata e decorso dell’influenza australiana 2025

L’influenza da virus A-H3N2 è una patologia auto-limitante, della durata tendenzialmente breve. La maggior parte dei sintomi sparisce entro pochi giorni (5 – 7), mentre la tosse può, in molti casi, persistere per alcune settimane. In linea di massima, l’entità dei sintomi può variare da caso a caso, rivelandosi più aggressiva nei soggetti fragili e immunocompromessi. Talvolta, il decorso viene complicato da sovra-infezioni batteriche, degenerando in affezioni aggiuntive del tratto respiratorio.

Diagnosi differenziale e durata della contagiosità

Coesistendo con altri virus stagionali, che si pongono alla base di una sintomatologia simile, l’influenza australiana può rendersi non diagnosticabile nell’immediato. Il diffondersi del virus SARS-CoV-2, tra l’altro, ha portato all’utilizzo frequente di tamponi naso-faringei appositi, al fine di escluderne o confermarne l’infezione.

Per quanto riguarda la contagiosità dei virus influenzali, essa comincia, mediamente, un giorno prima della comparsa dei sintomi correlati, persistendo fino a 7 giorni dopo.

Cure e rimedi per l’influenza australiana: cosa dice la scienza

Un aspetto rilevante riguarda la gestione farmacologica della patologia, con un riferimento specifico all’utilizzo inopportuno degli antibiotici. Questi, in effetti, curano esclusivamente le infezioni batteriche, mentre non sono indicati per la risoluzione di una qualsiasi patologia virale. Quando consigliato dal medico curante, invece, è possibile ricorrere a farmaci sintomatici o antivirali, di seguito descritti.

Farmaci sintomatici e antivirali: quando usarli

I farmaci applicabili al decorso patologico sono quelli finalizzati alla riduzione dei sintomi. L’espediente più utilizzato è il paracetamolo, senza dubbio utile per gestire il rialzo febbrile. Fanno seguito i farmaci antinfiammatori non steroidei, come l’ibuprofene, per attenuare gli stati dolorosi e infiammatori. Altri farmaci sintomatici comprendono le formulazioni per calmare la tosse e/o favorire l’espulsione del catarro, oltre che i comuni decongestionanti nasali. Da caso a caso, è possibile ricorrere ad alcuni agenti antivirali, purché vengano assunti entro 48 ore dall’esordio sintomatico.

Qualsiasi approccio farmacologico, ad ogni modo, richiede un’attenta valutazione medica, al fine di evitare effetti avversi potenzialmente pericolosi.

Influenza australiana e COVID-19: differenze e somiglianze

Come accennato in precedenza, l’influenza australiana e la patologia provocata dal SARS-Cov-2 (COVID-19) presentano alcune somiglianze, ma anche differenze imprescindibili. Entriamo più nel merito.

Confronto tra sintomi

Il primo aspetto da considerare riguarda i sintomi. Questi sono per lo più simili tra le due patologie, poiché dovuti, in entrambi i casi, da virus delle vie aeree. L’infezione da SARS-Cov-2, agli albori, ha dato luogo, più volte, a vere e proprie difficoltà respiratorie, definendo quadri patologici decisamente severi. Nelle prime fasi pandemiche, il COVID-19 si è distinto per le alterazioni insolite del gusto e dell’olfatto, anche in assenza di congestione nasale. Tali disturbi, come è noto, sono assenti nelle forme influenzali, compresa l’influenza australiana. Un aspetto notevole, inerente al solo COVID-19, riguarda la persistenza e/o la comparsa di disturbi tardivi, evidenziabili dopo svariate settimane dalla negativizzazione. Si parla, in tal caso, di Long COVID: una sindrome, estremamente soggettiva, che può coinvolgere diversi organi e apparati, comportando sintomi cardiovascolari, cutanei, respiratori e neurologici. 

Durata, gravità e contagiosità

In relazione alla persistenza dei sintomi, il COVID-19 prevede, nelle forme attuali, tempi piuttosto brevi (pochi giorni). In ogni caso permane, nella durata e nella severità del decorso patologico, una certa eterogeneità individuale. Questa è legata alle condizioni di salute pregresse, così come all’età del soggetto e al potenziale immunitario conferito dai vaccini. La contagiosità, che risulta elevata per entrambe le patologie, tende a essere più durevole per il COVID-19, persistendo per una settimana, o poco più, dopo la scomparsa dei sintomi.

Quando è necessario un tampone

L’esecuzione di tamponi naso-faringei permette, come anticipato poco fa, di escludere il contagio da SARS-CoV-2. Ciò può rendersi necessario, su richiesta del medico, per l’inquadramento dei casi più complessi, spesso identificabili nei soggetti fragili (es.: anziani, immunocompromessi, ecc.).

Prevenzione, vaccini e dispositivi anti-contagio: il legame con COVID-19

Considerati gli aspetti generali dell’influenza australiana, anche in relazione al COVID-19, passiamo, adesso, all’importanza della prevenzione.

Vaccinazione antinfluenzale: chi deve farla e quando

Il vaccino antinfluenzale rappresenta, nell’ambito della prevenzione primaria, uno strumento fondamentale per fronteggiare le epidemie stagionali. Da effettuarsi nel periodo autunnale, esso è particolarmente indicato per gli individui a rischio di complicanze, come le donne in gravidanza, gli anziani e gli ammalati cronici (es.: cardiopatici, pazienti oncologici, ecc.).

È opportuno specificare, per completezza, che la vaccinazione antinfluenzale non è efficace contro il virus SARS-CoV-2, il quale richiede, intuibilmente, una soluzione vaccinale specifica.

Buone pratiche igieniche e comportamentali

Adottare alcuni comportamenti mirati aiuta, più in generale, a gestire il rischio infettivo. A tal proposito, è buona norma curare l’igiene delle mani, ventilare gli ambienti quotidiani ed evitare, il più possibile, i luoghi chiusi e affollati. Quando si sospetta di aver contratto un virus respiratorio, è preferibile isolarsi, al fine di preservare il benessere degli altri e sfavorire la trasmissione virale. Gestire i propri sintomi in maniera rispettosa, tra l’altro, aiuta a contenere il contagio, laddove i contatti interpersonali siano necessari. È importante, quando si tossisce, coprire la bocca con l’incavo del gomito, così come tamponare il naso con fazzoletti di carta usa e getta, da non lasciare negli ambienti comuni.

In modo importante, le norme igieniche e comportamentali sono “aspecifiche”, rendendosi applicabili alla prevenzione di tutte le patologie virali respiratorie, compreso il COVID-19.

Dispositivi di protezione personale e ambientale

Una prevenzione efficace delle infezioni virali viene ottimizzata da alcuni strumenti ad hoc. Questi sono relativi alla persona, come i dispositivi di protezione per le vie respiratorie, ma anche all’ambiente, racchiudendo una vasta gamma di opzioni.

Alla prima categoria appartengono le ben note mascherine facciali, raggruppabili come “chirurgiche” o “facciali filtranti“. Queste ultime vengono suddivise in tre livelli progressivi di protezione, identificabili con gli acronimi FFP1, FFP2, FFP3. L’utilità di questi dispositivi dipende non solo dal relativo potere filtrante, ma anche dalle corrette modalità di utilizzo. Indossarle in modo adeguato garantisce un’aderenza ottimale al viso, favorendo una reale efficacia.

Per quanto concerne la protezione ambientale, essa prevede la disinfezione delle superfici con mezzi chimici, quali l’alcool etilico e i composti dell’ammonio quaternario, così come espedienti fisici, come le lampade germicide a luce ultravioletta UV-C. Decisamente notevole, nell’ambito della disinfezione non chimica, anche l’impiego dei campi elettromagnetici per inattivare i virus in aerosol. Tra le soluzioni disponibili in commercio spiccano i dispositivi di protezione e4life, che mirano alla salubrità degli ambienti indoor e alla salute di chi li abita, in linea con un più ampio approccio “One Health”.

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