
Di recente, due sviluppi hanno riacceso l’attenzione sulla sorveglianza internazionale dell’influenza aviaria: in Norvegia, è stato isolato il sottotipo H5N5 in un orso polare e in un tricheco, mentre in Australia, il virus H5N1 è stato rilevato per la prima volta in uccelli marini nativi, con 12 casi confermati dall’inizio di giugno. Le autorità sanitarie definiscono il rischio per l’uomo ancora basso, ma entrambi gli episodi confermano la tendenza del virus ad ampliare il numero di specie coinvolte, sottolineando l’importanza di un monitoraggio costante lungo le principali rotte migratorie e negli ecosistemi più esposti.
Cosa è successo a luglio 2026
Nel corso degli ultimi mesi, sono emersi due eventi distinti ma accomunati da un elemento rilevante: il coinvolgimento di nuove specie animali in aree geografiche diverse. Pur non modificando il livello di rischio per la popolazione generale, entrambi i casi hanno attirato l’attenzione delle autorità sanitarie internazionali.
Il nuovo sottotipo H5N5 rilevato nei mammiferi in Norvegia
In Norvegia, le autorità veterinarie hanno continuato a monitorare la diffusione del sottotipo HPAI A(H5N5), già rilevato in diverse specie di mammiferi selvatici. Il rapporto di sorveglianza pubblicato nel 2026 conferma che nel 2025 il virus era stato identificato in cinque volpi artiche e una volpe rossa, mentre nel 2026 sono stati documentati anche casi in un orso polare e in un tricheco a Svalbard. Le infezioni nei mammiferi sono considerate, principalmente, conseguenza del consumo di uccelli infetti o delle loro carcasse, rappresentando un importante indicatore della circolazione del virus nell’ambiente naturale
12 casi in uccelli marini nativi in Australia: primo coinvolgimento di specie autoctone
A inizio luglio 2026 il governo australiano ha confermato un caso di H5N1 in una sterna crestata maggiore trovata a Robe, nell’Australia Meridionale, portando a 12 il numero di casi confermati dall’inizio di giugno (tre nuovi casi il 10 luglio). Fino a questo momento, il virus era stato rilevato solo in uccelli marini migratori: il coinvolgimento di una specie autoctona è stato definito dalle autorità un elemento preoccupante, pur in assenza di morie di massa o di segnali di diffusione ad allevamenti avicoli. L’evento suggerisce, in effetti, che il virus possa iniziare a circolare anche tra popolazioni residenti, modificando gli scenari di sorveglianza finora adottati.
Perché questi episodi sono monitorati con attenzione
Non tutti i rilevamenti di influenza aviaria hanno lo stesso significato epidemiologico. La comparsa del virus in nuove specie, o in ospiti diversi da quelli abitualmente coinvolti, rappresenta un indicatore che viene valutato con particolare attenzione dai sistemi di sorveglianza.
Differenza tra circolazione in uccelli migratori e in specie autoctone/mammiferi
La circolazione del virus in uccelli migratori è un fenomeno noto e monitorato da anni; il salto verso specie autoctone (come nel caso australiano) o verso mammiferi (come le volpi artiche norvegesi, gli orsi polari e i trichechi) è invece un segnale che gli enti di sorveglianza, come l’EFSA in Europa, seguono con particolare attenzione, perché ogni nuovo ospite rappresenta un’occasione in più per il virus di mutare e adattarsi. Sebbene questi eventi non implichino automaticamente un aumento del rischio per l’uomo, contribuiscono a definire l’evoluzione epidemiologica del virus e a orientare le strategie di controllo.
Cosa dicono le autorità sanitarie sul rischio per l’uomo
Sia le autorità australiane sia quelle norvegesi hanno definito basso il rischio per la popolazione generale, sottolineando l’assenza di prove di trasmissione sostenuta tra mammiferi o verso l’uomo.
Il quadro più ampio: dove sta andando il virus H5
Gli eventi registrati in Australia e Norvegia si inseriscono in una situazione internazionale caratterizzata dalla persistente diffusione dei virus influenzali ad alta patogenicità. Osservarli nel contesto globale aiuta a comprenderne il reale significato.
Casi nei bovini da latte e nel settore avicolo negli Stati Uniti
L’influenza aviaria A(H5) resta diffusa tra gli uccelli selvatici a livello globale e continua a causare focolai nei volatili domestici. Negli Stati Uniti, il virus ha inoltre causato focolai nei bovini da latte, con casi umani sporadici registrati tra i lavoratori del settore lattiero-caseario e avicolo: un contesto di esposizione professionale diverso da quello degli episodi australiano e norvegese. Questi eventi dimostrano come il virus sia in grado di coinvolgere specie animali differenti, rendendo essenziale una buona capacità di rilevazione precoce.
Perché il monitoraggio dei mammiferi è un indicatore chiave
Ogni caso di infezione in un mammifero viene analizzato con attenzione dagli enti di sorveglianza. Ciò accade poiché i mammiferi, geneticamente più vicini all’uomo rispetto agli uccelli, rappresentano il “terreno fertile” per nuovi adattamenti verso gli esseri umani: scenario che, al momento, non risulta essersi verificato, ma che giustifica il sequenziamento genetico dei virus isolati e la condivisione internazionale dei dati epidemiologici.
Cosa significa per gli allevamenti italiani
Le notizie provenienti dall’estero non indicano un aumento immediato del rischio per gli allevamenti italiani, ma confermano l’importanza di mantenere elevati gli standard di prevenzione e sorveglianza previsti dai protocolli di biosicurezza.
Nessun allarme diretto, ma un promemoria sulla biosicurezza preventiva
Gli episodi degli ultimi mesi riguardano contesti geografici ed epidemiologici distanti dagli allevamenti italiani, e non implicano un cambiamento del livello di rischio nel nostro Paese. Restano, tuttavia, un promemoria dell’importanza della sorveglianza continua e delle misure di biosicurezza preventiva, in particolare nei periodi di maggiore movimento di avifauna migratoria. Il mantenimento di protocolli rigorosi per il controllo degli accessi, la gestione degli animali e la sanificazione degli ambienti continua a rappresentare uno degli strumenti più efficaci per limitare il rischio di introduzione del virus. Tecnologie moderne, come la tecnologia e4shieldtm, integrata nei dispositivi e4life farm pensati per il settore zootecnico, integrano gli approcci più tradizionali, elevando il livello di salubrità dell’aria indoor negli allevamenti.
Un approfondimento già disponibile su biosicurezza e qualità dell’aria negli allevamenti
Per un’analisi più ampia di come le misure di biosicurezza, incluso il controllo della carica virale nell’aria degli ambienti di allevamento, si integrano con gli obblighi normativi nazionali, si rimanda all’articolo pubblicato sul blog su influenza aviaria H5N1/H5N5 e biosicurezza negli allevamenti. L’approfondimento descrive inoltre le principali strategie preventive adottabili dagli allevatori per ridurre il rischio biologico e rafforzare la protezione degli animali e degli operatori.
Domande frequenti (FAQ)
Cosa è successo con l’influenza aviaria in Australia a luglio 2026?
Il governo australiano ha confermato 12 casi di H5N1 in uccelli marini dall’inizio di giugno 2026, incluso il primo caso rilevato in una specie autoctona (una sterna crestata maggiore) anziché in uccelli migratori, come avvenuto finora.
Cos’è il sottotipo H5N5 trovato in Norvegia?
È un sottotipo di influenza aviaria ad alta patogenicità, distinto dal più diffuso H5N1, rilevato dalle autorità norvegesi in quattro volpi artiche. Come H5N1, ha già mostrato capacità di infettare mammiferi carnivori.
L’aviaria rappresenta un rischio per l’uomo in Italia?
Al momento no: gli episodi di luglio 2026 in Australia e Norvegia riguardano contesti distanti e le autorità sanitarie internazionali definiscono basso il rischio per la popolazione generale. Il rischio per l’uomo resta legato principalmente all’esposizione professionale diretta ad animali infetti.
Perché il salto di specie nei mammiferi preoccupa gli esperti?
Perché i mammiferi sono geneticamente più vicini all’uomo rispetto agli uccelli: un’infezione in un mammifero rappresenta un’occasione in più per il virus di acquisire mutazioni potenzialmente compatibili con una trasmissione più efficiente tra mammiferi, incluso l’uomo: scenario che finora non si è verificato.
Come si sta evolvendo la sorveglianza internazionale sull’aviaria?
Enti come EFSA in Europa e le autorità sanitarie nazionali monitorano costantemente i casi in uccelli selvatici, avifauna domestica e mammiferi, con particolare attenzione ai casi che coinvolgono specie o contesti nuovi, come gli episodi australiano e norvegese di luglio 2026.
Cosa devono fare gli allevamenti italiani in questa fase?
Mantenere gli standard di biosicurezza già previsti dalla normativa nazionale (controllo degli accessi, gestione delle deiezioni, monitoraggio sanitario) con particolare attenzione nei periodi di maggiore movimento di avifauna migratoria.